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Mavien cu mme

Ecco la carta che salverà i percettori del Reddito di Cittadinanza.

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La povertà in effetti non si elimina con una legge, né lo Stato può aiutare ad evolverci.

Ci si evolve, si cresce , con il lavoro, le aziende devono essere messe in condizione di assumere il personale. questo personale sarà il numero di persone che spende, viaggia con dignità, a testa alta, perché attenzione, una cosa a cui molti non pensano e che chi percepisce il Reddito di Cittadinanza, non solo nell’inconscio non ha un’alta stima di sé, ma in quanto sostenuto e aiutato dallo Stato con l’assistenzialismo non si sente neanche in diritto di spendere soldi e viaggiare, addirittura lo fa in segreto, creando così un popolo che vive agli angoli, nel sottosuolo, omertoso , finto , fasullo.

E’ questo che si sta combattendo, non tanto il sostegno alle famiglie povere, ma la loro rinascita, il loro diritto alla vita, al lavoro, alla parola, di splendere.

La soluzione è arrivata, forte, chiara, rumorosa e per molti fastidiosa: una nuova carta, questa volta non si tratta di una carta di credito o di reddito, si tratta di una carta fondamentale per la nostra società: il badge, che servirà a tutti quelli che sono capaci di lavorare di riprendersi la propria dignità, timbrando il proprio ingresso al lavoro e la propria uscita, come giusto che sia.

In effetti non è semplice passare dal divano al lavoro ma è doveroso, così grazie a un disegno di legge sarà possibile. Il divano come molti hanno dichiarato è come una cura cortisonica, deve essere eliminato in modo graduale, ma spesso per svegliare un popolo ci vogliono le maniere forti.

L’errore non sta dunque in queste maniere forti, ma in chi ci ha abituati a vivere come parassiti, non considerando che in futuro sarebbe stato difficile dire a questi stessi parassiti, ritornate a prendervi i vostri diritti, cioè lavorare.

E’ stato anche detto che chi sta attuando tutto ciò non sta considerando che ci sono persone che vivono una situazione di precariato. Nulla di più errato, è proprio di loro che ci si sta occupando. I problemi non si risolvono lasciando a casa persone e dando anche loro da mangiare disabituandoli al loro diritto di sostentamento, ma si risolve educandoli a rispettare chi lavora sodo, dando così un esempio alla propria famiglia ed ai figli.

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Mavien cu mme

Quella insana può fare molto male ai nostri figli.

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NAPOLI – Peccato che il significato attribuito al concetto non sempre sia quello corretto. La ‘sana competizione’ è quella che esiste tra gli sportivi. Si gareggia e ognuno ce la mette tutta per vincere ma, alla fine, si accetta la propria sconfitta e si esulta tutti insieme per la propria vittoria ma anche per quella altrui. Nella gara la sfida è con gli altri ma è soprattutto con se stessi, per superare i propri limiti, per migliorare i propri risultati ed essere soddisfatti dei progressi. Non è esattamente quello che vedo oggi tra molti ragazzi e, purtroppo, tra tanti genitori. L’obiettivo sembra essere solo quello di vincere e di primeggiare. Le sconfitte non vengono accettate, le vittorie servono a sentirsi migliori degli altri.

A cosa porta la competizione?

La competizione acquisisce valore positivo se l’interlocutore è proprio la persona in questione, perché così diventa funzionale al riconoscimento di limiti e virtù – quindi alla propria conoscenza –, all’affermazione del sé e delle sue capacità e al superamento della frustrazione.

Lo sport è importante ed è altrettanto importante raggiungere gli obiettivi, senza falsi buonismi e pietose bugie. L’importante non è partecipare, è mettere a frutto i propri talenti attraverso l’impegno. Solo così verrà valorizzata la partecipazione e la competizione, nella sua accezione più genuina.

“Mi piace fare le partite, soprattutto quando vinco io!
Però anche se perdo, mi diverto lo stesso.
E se perdono i miei compagni, io li consolo.”

Sono frasi che, nell’ingenuità dello stile da bambino, ci aprono un mondo, quello che spesso ci ostiniamo a non voler vedere. La competizione sana non è un valore innato nel bambino, ma va insegnata attraverso l’esempio concreto, perché in molti casi le parole non bastano. La competizione di per sé non è negativa o positiva. Diventa un fattore costruttivo nella misura in cui serve ad imparare a gestire vittorie e sconfitte, insieme.

Competizione sana significa condividere la gioia di una vittoria o la frustrazione di una sconfitta, senza abbattersi davanti al fallimento. E’ un concetto che riguarda il gruppo e, implicitamente, richiede condivisione. 

Al contrario, la rivalità, tra due soggetti o gruppi, implica un coinvolgimento psicologico diverso ed una generalizzazione della posta in gioco: non più l’obiettivo comune, ma l’accaparramento di risorse, di status. Non significa vincere, ma primeggiare, ed è molto diverso.

Ho avuto modo, purtroppo di assistere a mamme che anche di fronte ad una nota generica della classe, invece di insegnare ai singoli figli ad aiutare chi non ce la fa a primeggiare, hanno piuttosto cercato di evidenziare il proprio figlio, definendolo, tra le righe, il migliore.

Se a casa provassimo ad insegnare ai nostri figli che anche gli amichetti a scuola vanno aiutati, questi da grandi sarebbero dei ” Grandi ” genitori.

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Ecco di cosa soffrono i percettori del reddito di cittadinanza.

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-Napoli- Non tutti lo sanno, ma hanno una paura anticipatoria di qualcosa che riguarda il futuro. Soffrono di una vera e propria patologia. Ergofobia da considerarsi come il “Ritiro Sociale” adolescenziale.

Il ritiro è accompagnato da vissuti di vergogna, confusione e può portare ad un grande disinvestimento delle proprie risorse e nelle relazioni interpersonali.

Si avverte di non farcela, il lavoro per queste persone andrebbe rivisto, a partire dalla gestione del tempo e dei compiti.

Le aspettative da parte delle organizzazioni devono essere ragionevoli per garantire il benessere psicologico.

Un pò come si fa per i detenuti con il loro reinserimento in società

Solo quando si sta bene si lavora meglio.

Come per le altre fobie la paura del lavoro è legata alla storia di ognuno di noi.

Una scarsa considerazione di è, un fallimento. Bisogna trovare il proprio posto nella società.

Mancanza di fiducia in se stessi , paura delle responsabilità e rifiuto degli obblighi imposti dalla società ci allontanano da essa.

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Mavien cu mme

L’anima di Napoli, in pochi sanno dove fu nascosta, incredibile, raccontiamolo ai nostri figli.

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-Napoli- Nel mondo dell’esoterismo con il termine “uovo” (o meglio nel simbolo dell’uovo filosofico) ci si riferisce all’elemento alchemico dell’Athanor, piccolo contenitore di metallo o di un particolare vetro, utilizzato per la lenta trasmutazione degli elementi primari in metallo prezioso, ovvero in oro.  Gli esperimenti esoterici e magici avvenivano nel segreto di alcuni monasteri e anche sull’isolotto di Megaride si ha notizia della presenza di monaci alchimisti.

Uno degli edifici e dei simboli più noti della città di Napoli è il maestoso Castel dell’Ovo; vogliamo qui approfondire la conoscenza della famosa leggenda dell’uovo della sirena Partenope nascosto da Virgilio nei sotterranei di Castel dell’Ovo (prima chiamato Castel Marino), poiché da “quell’ovo pendevano tutti li facti e la fortuna del Castel Marino“… e quindi di Napoli stessa e di tutta la terra partenopea.

Secondo la leggenda, il castello non crolla grazie alla presenza dell’uovo.

La leggenda racconta che tanto tempo fa, nel mare di Napoli, vivevano delle sirene (metà donne e metà uccello) e tra queste vi era la sirena Partenope.

La sirena Partenope era una delle tre sorelle che, insieme a Ligia e Leucosia, tentarono con il loro canto melodioso di incantare e far naufragare Ulisse che, scaltramente, per resistere, si fece legare all’albero maestro della nave. Le tre sirene, prese dallo sconforto per il fallimento, si lasciarono, per così dire, andare alla deriva. La leggenda narra che Partenope rimase impigliata tra gli scogli di Megaride, e lì, prima di morire ed essere sepolta, depose un uovo.

Un giorno, il grande poeta latino Publio Virgilio Marone, da tutti considerato anche grande mago e taumaturgo, raccolse l’uovo della sirena in prossimità dell’isolotto di Megaride.

Virgilio, credendo che l’uovo raccolto fosse veramente magico e incantato, lo sistemò in una cameretta nei sotterranei di Castel Marino, mettendolo in una caraffa di vetro piena d’acqua protetta da una gabbia di ferro, ed appesa a una pesante trave di quercia. Per questa ragione il Castello fu poi chiamato dell’Ovo.

Secondo la leggenda, se l’uovo fosse stato ritrovato o se si fosse rotto, tutto il castello sarebbe sprofondato in mare ed una serie di sventure avrebbe colpito la città di Napoli.

Fino ad oggi nessuno ha ancora rinvenuto l’uovo e quindi, a tutt’ora, la leggenda tiene legati il destino dell’uovo unitamente a quello del Castello e dell’intera città di Napoli.

La collocazione nelle segrete dell’allora “Castel Marino” di un uovo magico equivaleva a mettere al sicuro e nascondere l’anima della città; dall’integrità di quest’uovo custodito in una caraffa di vetro, a sua volta racchiusa in una gabbia metallica, sarebbe dipeso il destino del popolo partenopeo.

La stanza in cui si trova quest’uovo, secondo altre fonti, si identifica con lo stesso ipogeo nel quale dovrebbe essere sepolta la sirena Partenope.

Un’ origine della nostra Città conosciuta da pochi e che potrebbe essere promossa dai Napoletani attraverso la vendita dell’ “uovo” del Castel dell’Ovo.

Sarebbe bello, perchè no, vedere qualche uovo sulle bancarelle di San Gregorio Armeno.

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