(di Maurizio Ferrara e Pasquale Lanna)

Sembra ormai essere in dirittura d’arrivo la delibera Fico avente ad oggetto il taglio di 1338 vitalizi di ex parlamentari. A dichiararlo è lo stesso Presidente della Camera, che dal proprio profilo facebook ne annuncia il taglio, dal 40 al 60% per la maggior parte dei casi. “Gli ex parlamentari – scrive Ficoriceveranno quanto hanno versato. […] Dal ricalcolo potremmo risparmiare circa 40 milioni di euro all’anno”. Lo stesso, però, il 6 Ottobre 2016, reagì diversamente ritenendo “la riduzione dei costi ridicola (57 milioni di euro) rispetto ai costi per la democrazia”. Che dire…. una gran bella virata.

Poiché l’attività del parlamentare non si configura come rapporto di lavoro subordinato, la Cassazione, ad ottobre 2015, ha ritenuto il vitalizio un’elargizione piuttosto che un assegno di natura pensionistica e ciò anche se il metodo di calcolo è lo stesso di quello delle pensioni: il parlamentare maturerebbe, pertanto, solo un’aspettativa ad una somma di denaro nella misura stabilita dal provvedimento che lo istituisce, potendo quest’ultimo essere revocato, modificato od incrementato senza che venga leso alcun diritto soggettivo legislativamente garantito. In quest’ottica vanno infatti lette le delibere di Camera e Senato che ne hanno cambiato l’importo e in particolare quelle di Maggio 2015 volte a stabilire la revoca dell’assegno vitalizio per i parlamentari condannati. Con la stessa decisione la Suprema Corte ha differenziato il vitalizio dall’indennità parlamentare prevista, invece, dall’art. 69 della Costituzione che, pertanto,   rappresenta un diritto a tutti gli effetti.

Previsione normativa e natura dell’emolumento a parte, ciò che accomuna le due fattispecie è il nobile fine di garantire a ciascun cittadino la possibilità di intraprendere l’attività politica indipendente dalle proprie condizioni economiche. Infatti, a metà degli anni cinquanta con una delibera degli uffici di presidenza di Camera e Senato furono stanziate delle somme di danaro per la costituzione di un fondo di previdenza dei parlamentari, al fine di assicurare loro un sostentamento al termine della propria vita politica. Inizialmente il vitalizio ebbe un’impronta mutualistica, ovvero ciascun parlamentare versava i propri contributi a detta cassa, che li investiva poi in titoli di Stato ed obbligazioni per farli fruttare. Al compimento del sessantesimo anno di età o dopo tre legislature consecutive, ogni parlamentare godeva di una sorta di pensione che riscuoteva come tutti gli italiani: al 31 Maggio del 1968, il suddetto fondo vantava un attivo di un miliardo e 867 milioni di lire. Ma fu proprio mentre gli italiani erano distratti dai movimenti di piazza sessantottini, che gli uffici di Camera e Senato, rispettivamente il 30 e il 23 Ottobre del 1968 con proprie delibere, soppressero la cassa di previdenza e l’attivo fu così trasferito in un fondo di garanzia, che non venne però destinato al solo pagamento dei vitalizi, ma anche alle indennità di reinserimento nella vita sociale dei parlamentari non rieletti e ai contributi di solidarietà per chi non riusciva a trovare lavoro, tanto che nel ‘74 gran parte di quel fondo era evaporato. Nel 1975, le esigue somme rimaste dopo il saccheggio furono portate sul conto ordinario delle spese correnti della Camera abbandonando, così, lo spirito mutualistico per indossare i panni del privilegio puro. Nel 1981 quel fondo è stato chiuso ed i contributi versati non vengono più reinvestiti.

Fino al 2012, i vitalizi sono stati determinati mediante un sistema retributivo, cioè i parlamentari percepivano una percentuale del loro ultimo stipendio indipendentemente dal versato; durante il governo Monti, per i parlamentari eletti dopo l’1 Gennaio del 2012, fu introdotto il sistema contributivo, parimenti previsto per le pensioni di tutti gli italiani. La delibera Fico, in sostanza, mira ad estendere questa disciplina contributiva ai vitalizi erogati da prima del 2012.

Come si è visto, in origine i vitalizi avevano quale proprio fine il perseguimento di un nobile obbiettivo: permettere ad ogni cittadino di poter rinunciare al proprio lavoro per dedicarsi all’attività politica e consentire così ai deputati e ai senatori di svolgere il proprio mandato senza condizionamenti economici, magari prendere decisioni contrarie all’interesse del proprio datore di lavoro, nella consapevolezza che, alla fine della propria carriera, sarebbe poi arrivato un sostentamento sicuro. Tra l’altro, con quali risultati un chirurgo può tornare in sala operatoria dopo vent’anni di attività politica? Chi si fiderebbe ad andare sotto i ferri di uno che non opera da così tanto tempo? In altri termini, l’assegno vitalizio non è di per sé ingiusto se si recupera la sua genuina logica ispiratrice. Purtroppo oggi lo si attacca impropriamente e demagogicamente, mettendo in risalto la sua distorsione come privilegio a cui è stato ridotto dai quei politici a cui noi stessi, con troppa superficialità, abbiamo concesso di rappresentarci. Della serie, se grazie ai Radicali di Emma Bonino mandiamo Cicciolina in Parlamento e grazie all’eroe Di Pietro ci mandiamo mister “fatti li cazzi tua”, quale fallico risultato speriamo di ottenere? In più, la sua eliminazione e/o riduzione risponde ad un principio alquanto paradossale e certamente non in linea con una logica di progresso del benessere: i novelli Robin Hood non chiedono di stare meglio a chi sta peggio, ma di togliere a chi ha di più, per far sì che abbia quanto chi ha meno, ponendo tutti in una situazione di eguale malessere. Ritorna alla mente il pensiero di Indro Montanelli quando disse: “È in corso un’iniziativa per l’abolizione, nelle aule scolastiche, della pedana su cui si eleva la cattedra. Il perché lo avrete già capito: l’insegnante deve mettersi, anche materialmente, a livello degli alunni per non lederne la dignità e dimostrare con l’esempio che siamo tutti uguali. Giusto. «La via dell’uguaglianza» dice Rivarol «si percorre solo in discesa: all’altezza dei somari è facilissimo instaurarla»“. È troppo semplice livellare chi ha di più a chi ha di meno e renderli così eguali; difficile è fare il contrario, ovvero far sì che chi possiede meno raggiunga la condizione di chi possiede di più. Ma si sa il pensiero neoliberale che pervade il nostro sistema sociale ê quello dell’austerità: occorre farsene una ragione!

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